di Vittorio Sivera
da un soggetto di Maurizio Bàbuin
fonti poetiche di Frederic Mistral e Antonio Bodrero
con Eva Maria Cischino e Costanza Frola
luci Marco Ferrero
costumi Rossana Dassetto Daidone
scene ideate e realizzate da Marco Ferrero
aiuto regia Fulvia Romeo
regia Maurizio Bàbuin
con il sostegno di Residenza Multidisciplinare di Caraglio e della Valle Grana
Due ragazze quasi cent’anni fa in una delle valli del Piemonte.
L’incontro casuale.
L’attesa del ritorno delle persone amate: una al fronte, l’altra disertore.
Il desiderio di affrancarsi da una condizione e da un destino che pare ineluttabile.
La fuga: da un luogo, da una condizione umiliante, alla ricerca di qualcuno, qualcosa.
La montagna come alleata.
L’incomprensione reciproca e lo scontro su cosa è giusto e cosa non lo è.
Non c’è più nessuno da aspettare, nessun ritorno.
La scelta.
Una Storia semplice. Storia d’amore.
Le due protagoniste, poco più che adolescenti, sentono sulla loro persona il peso di un conflitto che, anche se distante, avrà un ruolo determinante sulle loro scelte di vita. La terra stessa che decidono di “esplorare”, la montagna delle vallate in cui vivono, pur non toccata dalla guerra, echeggia comunque lo sferragliare di armi e di battaglie del passato, suggestionando visioni ed evocando presenze. Così, la fuga in atto si risolve con una scelta che è al tempo stesso ribellione e ricerca forte, sincera e poetica di radici antiche e nuove. Nuove come quelle che oggi portano alcuni giovani a ripopolare la montagna, quella più aspra, con borgate e paesi finora abbandonati. Lo spettacolo riflette una storia di ragazzi di ieri che vanno, come oggi, scientemente controcorrente.
Cante uno chanto de Prouvènço
Dins lis amour de sa jouvènço.
A travès de la Crau, vers la mar, dins li bla,
Umble escoulan dòu grand Oumèro,
Iéu la vole segui. Coume èro
Rèn qu'uno chato de la terro,
En foro de la Crau se n'es gaire parla.
Emai soun front noun lusiguèsse
Que de jouinesso, emai n'aguèsse
Ni diadèmo d'or ni mantèu de Damas,
Vole qu'en glòri fugue aussado
Coume uno rèino, e caressado
Pèr nosto lengo mespresado
Car cantan que pèr vautre, o pastre e gènt di mas
(traduzione)
Canto una fanciulla di Provenza
Nei suoi amori di gioventù,
Attraverso la Crau, verso il mare, fra il grano,
Umile scolaro del grande Omero,
Voglio seguirla. Poichè era
Soltanto una fanciulla della terra,
Fuori della Crau non si è parlato di lei.
Sebbene la sua fronte risplendesse
Solo di giovinezza, sebbene non avesse
Né diademi d'oro né manti di Damasco,
Voglio che sia innalzata in gloria
Come una regina, e carezzata
Dalla nostra lingua disprezzata,
Poiché cantiamo solo per voi, o pastori e genti delle masserie.
da Mirèio (1859), Frédéric Mistral
Premio Nobel per la letteratura, 1904
“Per chi fosse ancora convinto che la poesia poco si adatti al teatro è consigliata la visione di Le Servente (...) tra le più piacevoli novità dell’intera stagione (...) una struggente quanto poetica pagina di teatro popolare ambientata ai tempi della Grande Guerra (...) L’attenta regia di Bàbuin funge da stella polare per una vicenda segnata da lotte e contrasti anche forti, ma destinata a risolversi in un finale patto di amicizia in nome di quelle libertà, di pensiero come di condizione sociale ed azione, che oggi più di ieri dovrebbero rappresentare un diritto inalienabile per ogni persona. Un’ultima considerazione, per finire: Eva Maria Cischino e Costanza Maria Frola, nomi di cui sentiremo parlare (...) dominano le scena con una padronanza impensata per la loro giovane età, (…)tratteggiando con assoluta bravura le due protagoniste”
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