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Santibriganti teatro

 

DANZA PERPETUA
Fabula comica in dieci immagini

con Maria Augusta Balla, Fulvia Beatrice Romeo, Michele Guaraldo
costumi Deborah Gambino e Cristina Voglione
luci Antonio Stallone maschera Franco Leita
collaborazione per canti e musiche Pietro Mossa
regia Mauro Piombo
Santibriganti Teatro e Teatro del Frizzo (Torino)

E’ una storia che si compone di tante storie. Settantacinque minuti di un atto unico che percorrono le fasi dell’intera vita umana: l’adolescenza, la maturità, la vecchiaia, l’infanzia.
Il lavoro degli attori si è svolto partendo dalle improvvisazioni e dallo studio della commedia dell’arte. Cosa resta però di questa immensa tradizione del nostro teatro? Resta una maschera, icona appesa al grezzo telo del fondale, che veglia sullo svolgersi delle vicende. Telo al quale saranno attaccati ancora, nel corso della scena iniziale, tutti gli oggetti che utilizzeranno gli attori. Maschera appoggiata non ad un viso ma al vuoto. Della rinascimentale Commedia dell’Arte rimangono ancora i tipi fissi, intesi non come in origine, ovvero ripartiti in fazioni, poveri e potenti, dottori, mercanti, amorosi e zanni; qui sono caratteri sclerotizzati, giovani e vecchi. Dalle suddette figure, la ricerca teatrale si è indirizzata ad individuare le fabule semplici dell’umanità. Dove però scovare questi anacronismi, queste tipicità, se non nel vivido bagaglio delle tradizioni vernacolari, delle storie narrate dalle nonne in dialetto? E’ da questa fonte che vengono le ispirazioni, ed è questo il linguaggio utilizzato. Ci sono tanti vecchi nello spettacolo, bonari e fatalisti i calabresi, ingenui e rozzi i piemontesi, lamentosi e blasfemi i veneti. Li riconosciamo. Li abbiamo tutti incontrati. Sono comici e comuni. C’è anche la spontaneità dei ragazzi di paese. C’è il gioco infantile, che svela un arcano. Mauro Piombo, regista, parla della Morte come Madre. Dalla Morte, in Danza Perpetua, si torna. Perché è parte dello scherzo: i bambini giocano a morire ma inesorabilmente si risvegliano. E in natura la morte è sorgente di vita, da sempre.
La locandina dello spettacolo 'Danza Perpetua'

Poetico e comico, adatto a spettatori di ogni età: questi sono gli elementi. Lo spettacolo, che commisura la lingua italiana con i dialetti (ibridati e comprensibili, l’allegria infatti valica gli ostacoli lessicali perché deriva, in buona parte, dalla gestualità), emoziona e diverte, in un’atmosfera sorprendentemente solare e circolare: si conclude infatti con un gioco di vecchi, speculare a quello dei ragazzi in apertura.
La drammaturgia è frutto di creazione collettiva

 

 

 

Danza Perpetua, che ha debuttato in prima nazionale al Teatro Juvarra di Torino il 26 gennaio 2005, rientra nel progetto Laboratorio Permanente sulla Commedia dell'Arte e le Maschere della Tradizione Popolare.

 

“[…] Danza Perpetua. Si tratta di uno spettacolo vitalissimo che trasforma il dialetto in maschera da indossare per raccontare la vita, mescolando gioventù e vecchiaia con una levità di rara seduzione. Ne sono interpreti i giovanissimi Maria Augusta Balla, Fulvia Beatrice Romeo e Michele Guaraldo, autentici camaleonti, capaci di disegnare personaggi veri e al tempo stesso simbolici. Da vedere”
Alfonso Cipolla, La Repubblica 19 febbraio 2005

 

Nota di regia
La Morte è madre, generatrice di tutti gli umani, delle loro storie; è la madre che dà la vita e riprende i suoi figli per rigenerarli e farli tornare a sognare.
Le storie “…sono i sogni che la mamma ti ha raccontato quando stavi ancora qui dentro, ancora prima di nascere…”, sono favole surreali, astrazioni che raccontano dell’amore innanzitutto, della fanciullezza, della vecchiaia, delle paure e delle passioni della vita, e della morte.
Il sogno è lo spazio “altrove”, sospeso, in cui il tempo non esiste, dove il sopra e il sotto sono la stessa cosa: hypnos e thanatos, sonno e morte, sono gemelli e i sogni si assomigliano tutti e sono anche tutti diversi, e appartengono a tutti, e sono le storie di tutti.
La maschera, che caratterizza fortemente il nostro lavoro, è presente come oggetto teatrale solamente nel prologo, ma resta come icona, come principio poetico; la sua ombra è vivida nella drammaturgia e nell’uso dei linguaggi popolari.
Il dialetto è maschera che "smaschera": la lingua plebea è rozza, cruda, a volte indecente, ma autentica, è il linguaggio del comico, è il suono iniziatico che muove il riso e che si vena d’amaro e di disperazione.
Mauro Piombo

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